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La politica disinforma. E la Gabanelli?

13 March 2018
di Ruggero Pettinelli
La più celebre delle giornaliste d’inchiesta pubblica un articolo sulla sicurezza e sulle armi, incolpando la politica di non informare i cittadini. Peccato che anche la sua ricostruzione sia quantomeno imprecisa e parziale
La politica disinforma. E la Gabanelli?

Nella rubrica “Dataroom” che la celebre collega Milena Gabanelli tiene per il Corriere della Sera, si parla ancora di sicurezza e, di conseguenza, di armi: in questo caso la prospettiva è quella del fatto che, a fronte di una campagna elettorale svoltasi (anche) all’insegna del tema della sicurezza dei cittadini, i dati diffusi dal ministero dell’Interno certificherebbero (il condizionale è dovuto al fatto che i dati non sono ancora “consolidati”) un calo dell’11,2 per cento degli omicidi, dell’8,7 per cento delle rapine, del 7 per cento dei furti nel 2017 rispetto al 2016. Un calo che è ancor più significativo guardando il dato progressivo dal 2014 al 2017: meno 25,3 per cento di omicidi, meno 20,4 per cento di furti, meno 23,4 per cento di rapine. “Quindi negli ultimi anni l’Italia è diventata via via più sicura, nonostante l’aumento degli immigrati”, chiosa la Gabanelli, suggerendo la domanda: “Se questi dati fossero stati disponibili un mese fa, avrebbero modificato il filo narrativo della propaganda?”. Fornendo anche la risposta: “Forse no, perché quando si mette in moto una psicosi collettiva, nulla riesce più a fermarla. Eppure tutti i partiti sanno che in Italia, la tendenza alla diminuzione dei reati con maggiore allarme sociale si è innescata ben quattro anni fa, ma hanno preferito ignorarla”.
Be’, aggiungiamo noi, i politici a quanto pare non sono gli unici a ignorare quanto sta accadendo in Italia: dire che i dati del Viminale relativi ai crimini del 2017 non fossero disponibili prima delle elezioni, per esempio, è come minimo impreciso, tenendo presente che Armi e Tiro li aveva diffusi il giorno di capodanno 2018! Se non ci credete, GUARDATE QUI.
La conclusione è, ovviamente, che i cittadini si sentono poco sicuri e quindi “si armano”. E qui, ovviamente, si ripete il ritornello del Porto di fucile per Tiro a volo: “La fotografia del Viminale è chiara: un aumento del 41,63% delle richieste di licenze di porto d’armi a uso sportivo negli ultimi 4 anni. Solo nel 2017 le licenze in più, rispetto al 2016, sono state 80.416. Forse non proprio tutti appassionati di tiro al piattello o di tiro a segno, mentre è sicuro che questo tipo di licenza è la più facile da ottenere. In calo del 12,01% invece la licenza per difesa personale, dove la procedura è più complessa e viene concessa solo in casi gravi e comprovati ( di solito a chi esercita professioni a rischio rapina); mentre i numeri relativi alla caccia sono stabili negli anni”.
Stabili negli anni? Sicura? A noi risulta (perché dichiarato dal ministero, non perché ce lo siamo sognati) che nel 2002 le licenze per caccia fossero 884 mila, mentre nel 2016 erano 580 mila, con un calo assolutamente costante con l’unica eccezione del 2015, anno nel quale si è verificata una (modesta) inversione di tendenza rispetto al 2014, subito però compensata da un calo ancor più drastico nel 2016. È un dato di fatto, quindi, che in Italia così come non stanno aumentando i delitti, non stanno aumentando neanche le autorizzazioni in materia di armi: si stanno, semmai, trasformando, atteso il fatto che molti appassionati oggi decidono di rinunciare alla caccia ma, magari, non all’utilizzo sportivo del fucile, per esempio nel tiro al piattello.
E anche sull’opportunità di citare solo ed esclusivamente l’Opal come fonte di informazione, la Gabanelli purtroppo casca in pieno nella pozzanghera: “Secondo l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia, nel 2017 ci sono stati 36 casi di omicidio, 19 tentati omicidi, 37 minacce di morte e 37 incidenti legati ad armi legalmente detenute”.
E a cosa serve un dato del genere se non lo si confronta con il numero totale di cittadini possessori di armi? Sono tanti? Sono pochi? Sono “fisiologici”? Chissà. Di certo sarà difficile saperlo da un "Osservatorio" che, malgrado il nome indichi una sostanziale "terzietà", in realtà ha tra i propri scopi sociali la "riconversione industriale possibile delle fabbriche d’armi". Praticamente come chiedere un parere sugli allevamenti di suini a una associazione di vegani. E sì che gli obiettivi e gli scopi sociali dell'Opal sono dichiarati esplicitamente in homepage...
L’importante, però, è sottolineare che “la sicurezza è un tema sul quale sarebbe bene non barare per scopi politici”. Parole sante, Milena, parole sante!

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